Articoli di Giovanni Papini

1948


Gli Evangelisti dell'Ottocento

Pubblicato su: L'Eco di Bergamo, anno LXIX, fasc. 286, p. 3
Data: 4 dicembre 1948




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   Tutti i secoli hanno i loro Evangelisti. L'ebbe perfino il Settecento, il secolo della siccità spirituale, e un giorno ne parleremo. Ne ebbe ancor più l'Ottocento, che apparirà nella prospettiva dei tempi uno dei secoli più cristiani dell'era cristiana. Sembrò, ai contemporanei, il secolo dell'apostasia e del sacrilegio, ma in verità la sua lotta contro Dio e contro Cristo fu il riconoscimento della presenza e della potenza di Dio e di cristo. Lo stesso proposito di uccidere Dio fu, nella sua demenza, una confessione del Dio vivente. L'Ottocento fu simile a Giacobbe, che tutta la notte lottò con l'angelo e all'alba ha trovato più d'una scala per salire verso il suo vincitore.
   I suoi Evangelisti, perciò non sono, come i primi e più veri, narratori pudichi e interpreti umili della Seconda Persona, ma sembrano, talvolta, gli Evangelisti dell'Anticristo. Hanno persona — cioè maschera — di eretici e di atei, di frenetici e di traditori, eppure essi finiscono con con l'essere, volenti o nolenti, testimoni e martiri di Cristo. E perciò la loro testimonianza, in questa età di evasioni e di eversioni, ha un valore più convalidante delle testimonianze conformiste degli apologeti di fedele osservanza.
   Gli Evangelisti dell'Ottocento ricordano quegli spiriti mali che Gesù cacciò dal corpo degli indemoniati e che fuggendo gridavano, e furono i primi a gridarlo, che Cristo era il Messia e il Figlio di Dio.

* * *
   Il primo che incontriamo è Sôren Kierkegaard, l'incorrotto padre dei corrottissimi esistenzialisti. Il suo Evangelo può chiamarsi l'Evangelo dell'Impossibile e non è, quindi, a primo aspetto, una «lieta novella». Posto di fronte all'architettura più perfetta del monismo razionalista, al sistema di Hegel, Kierkegaard sentì, il disagio, il disgusto, il vuoto di quella concettistica universale e per difendere e salvare in sè l'uomo, l'uomo che non vuoi essere oppresso e soppresso, rifiutò l'Idea e vi contrappose la «categoria dei singolo» cioè, l'io concreto, quel determinato io che si chiamava Sôren Kierkegaard ed era apparso a Copenaghen in un determinato giorno del 1813.
   Ma in Kierkegaard v'era anche uno studente di teologia luterana che poteva respingere l'Idea hegeliana ma non poteva sottrarsi a un rapporto con Dio. Kierkegaard vedeva nel Cristianesimo la religione vera e perfetta ma restava il terribile problema di attuarlo, di viverlo. Ma può l'uomo, anche liberato dalla filosofia, attingere la piena fede, imitare pienamente la perfezione comandata da Cristo, cioè liberarsi dall'angoscia del peccato e dai ceppi della natura e del tempo?
   Rifiutare Hegel non era già il rifiuto di un sistema ma della stessa filosofia antica e moderna, perchè Hegel non era che l'estremo perfezionamento di Platone e dei suoi continuatori. Era, insomma, l'affermazione risoluta dell'impossibilità della filosofia,
   Ma era implicita, nel tormento di Kierkegaard, un'altra e ben più paurosa impossibilità: l'impossibilità di essere cristiani. Il Cristianesimo era, per lui, qualcosa dl così tragicamente impervio che la afosa fede non bastava ad invenarlo nell'individuo, troppo diverso, troppo distante da Dio. L'incubo del peccato e il rischio della perdizione facevano del cristiano più bramante e assetato una specie d1 naufrago che la stessa forza della disperazione non è capace di condurre alla «beata riva» del Regno. E ciò avviene perchè Kierkegaard dimentica troppo spesso uno dei principi più palesi e insieme più nascosti del Cristianesimo: che non possiamo salvare noi stessi se non salvando gli altri. Ma la «categoria del singolo» trasferita nella vita religiosa, rendeva quasi inaccessibile a Kierkegaard questa verità. Egli capì la comunione degli smanianti assai più che la comunione dei santi. C'era troppo ego nel suo cosmo e perciò, trovatosi solo dinanzi a Dio, sentiva se sesso come una bottiglia mal sigillata, sbattuta sulle acque alte e perigliose dell'Oceano.
   Impossibilità della filosofia, impossibilità di questo cristianesimo: questi i due messaggi dell'Evangelo di Kierkegaard. Ma nonostante questo apparato pessimista, anche l'Evangelo di Kierkegaard è un Evangelo che riconduce a Cristo, e cioè «lieta novella».
   La negazione della filosofia significa estirpare e bruciare l'orgoglio dell'immanentismo razionalista, cioè dei più capriziosi e perniciosi nemici del Cristianesimo.
   Porre l'accento sulla tragicità e difficoltà dell'autentica attuazione del Cristianesimo, era una reazione violenta ma necessaria allo spirito di mediocrità che da secoli stempra e avvilisce ogni Chiesa cristiana, non eccettuata la cattolica, e un rammentare ai cristiani tiepidi, e praticamente semipagani, che per costituire il Regno e meritar la salvezza non basta la meccanica e indolente ripetizione di formule e di riti, ma è necessaria una perenne e implacabile battaglia interiore, che porta con sè, come tutte le battaglie, il rischio della sconfitta. Kierkegaard ammonisce, con i suoi terrori e i suoi tremori, che il Cristianesimo di Cristo non è affare di ordinaria amministrazione, ma la suprema e quotidiana tragedia alla quale han posto mano e cielo e terra e che non può giungere al suo ultimo esito senza il quotidiano e totale impegno dell'uomo, di tutto l'uomo e di tutti gli uomini. La Grazia non è interamente gratuita, il salvato deve essere anche il salvatore, la posta dei nostri sforzi finiti è infinita: questi sono i segreti e salutari insegnamenti dell'Evangelo di Kierkegaard.

* * *
   Più vicino di tutti gli altri ai primi e veri Evangelisti è Ernesto Hello.
   E' un cattolico, un di quei cattolici che non sono soltanto osservanti, praticanti e militanti, ma chiamati, illuminanti, fiammeggianti. E' un crociato che ha Dio per imperatore e i santi per capitani, ma la sua Gerusalemme non è di questo mondo. Egli ammira il genio quasi al pari della santità ma non sempre è abitato dal suo proprio genio. A volte trova pensieri e immagini che commuovono il cuore e scuotono la mente come il poema d'un filosofo santo; a volte merita la vilipendiosa definizione che fu data di Victor Hugo: «Jocrisse à Patmos».
   Nonostante tali sbalzi di ispirazione Hello vive sempre alla presenza e nella società di Dio e così ostinatamente e perpetuamente vive in questa società, e in questa presenza che il suo Evangelo può esser detto l'Evangelo dell'Impazienza.
   Egli vede e sente e gode e canta i misteri di Dio e tutta 1a sua gloria, ma quando, per volontà o necessità, volge lo sguardo alla terra, e alle sue desolate gioie e alle sue sontuose miserie, ha un moto di ribrezzo che si cangia subito in impeto di pietà. E' spaventato dalla insondabile ma insostenibile miseria degli uomini. A lui che vive già nella «lux perpetua» e nel gaudio magno della familiarità divina, gli uomini appariscono guerci che vanno cercando il sole nelle fogne e il vitto nelle fosse della spazzatura. E allora Hello soffre, soffre della sua insufficienza, della sua impotenza, della sua insofferenza di cristiano che varrebbe assistere, spettatore esultante, alla piena e definitiva vittoria di Cristo. Cristo si mostrò a noi nella sua umana miseria, nella sua umiliazione e nella sua Passione: perchè non si manifesta finalmente, come ha promesso, in tutta la sfolgoranza della sua gloria? Dio, per Hello, è per essenza gloria e questo termine antico e sacro acquista in lui un peso di significati che la parola stenta a contenere. Ma Hello non sa trovarne una più evidente e splendente, più conforme alla sua trafelata e sollevata speranza.
   Dio è gloria e la sua gloria deve manifestarsi a tutti, diventar visibile a tutti, incendiare con la sua luce invincibile la terra intera e ogni suo ospite fino al più umile, fino al più infame. Hello aspetta, aspetta con trepida mestizia, con irrequieta meraviglia, con risentita malinconia e soprattutto con furiosa e quasi irosa impazienza. Aspetta un segno, un bagliore, un battito d'ali angeliche, un sussurro celestiale, uno stormire di stelle. A volte par che attenda il ritorno di Cristo sulle nubi, a volte la improvvisa e non raffigurabile irruzione dello Spirito Santo. A ogni modo, a ogni patto, a ogni istante, Hello attende, aspetta invoca e vigila. Aspetta la manifestazione della gloria di Dio, e si stupisce e quasi si sdegna e si cruccia perché questa manifestazione tante volte promessa, indugi e ritardi di tanto da sembrare che si allontani. Hello è stupefatto e indignato di tale scandalo e non potendo imprecare contro l'inesplicabile silenzio di Dio, si lacera in un dolore che soltanto i più grandi profeti conobbero. Oggi che molti aspettano, più che mai, un visibile intervento divino nelle cose umane, ormai giunte sull'orlo dell'abominio, l'Evangelo della Impazienza di Hello è meglio compreso che al tempo suo.


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